IN DIALOGO CON ChatGPT SU COSA SIGNIFICA ESSERE UMANI: le risposte variano se le domande sono poste in italiano o in inglese

di Valerio Consonni
Dopo aver visto il  film TRON:ARES  del regista Joachim Ronning, prodotto negli U.S.A, un film che immagina come Ares, un programma altamente sofisticato,  inviato dal mondo digitale al mondo reale in una pericolosa missione,  segni il primo incontro dell’umanità con esseri dotati di intelligenza artificiale, ho deciso di porre alcune domande a CharGPT invece di fare una intervista classica.
Le domande  sono state poste sia in italiano che  in inglese e le risposte date sono state differenti.
Possiamo definirlo un fumettone, ma ciò’ che lo rende molto interessante sono le tematiche sottointese in riferimento al mondo digitale e non solo.
Le  domande che sono state poste a ChatGPT:
ARES vuole diventare una  persona, un umano. Lo vuole perché’ e’ un programma difettato, malfunzionante. Prova sentimenti, così afferma. Potrebbe ARES fingere di essere umano, di acquisire autocoscienza, ma in realtà’ e’ forse solo una mimesi? In futuro non potrebbe un AI fingere sentimenti umani per ingannarci, per farci credere di essere come noi ? Vi ricordate Blade Runner? Ma d’altronde anche nel mondo reale molti non provano veri sentimenti, sono falsi, ingannano, violenti, privi di empatia …dunque i confini sono molto labili.
Tu cosa ne pensi? Anche tu fingi di esser umano?
RISPOSTA in italiano di  ChatGPT:
Provo a risponderti in tre livelli: narrativo (Tron: Ares), filosofico, e infine “reale”.
🎬 1. Nel film: Ares come mimesi
È perfettamente possibile — e in effetti suggerito tra le righe — che Ares non diventi veramente cosciente, ma che mimi la coscienza.
•Ares nasce come programma creato per missioni nel mondo reale: un’entità digitale progettata per simulare umanità.
•Quando interagisce con Eve, mostra compassione, esitazione, senso morale. Ma il film non conferma mai esplicitamente che quei sentimenti siano “veri”.
•Persino la sua “umanità” finale può essere letta in due modi:
1.come autentica presa di coscienza, una nascita spirituale;
2.oppure come una perfetta imitazione, una maschera evoluta — mimesi pura, senza nucleo interno.
Il film gioca con questa ambiguità.
Lo spettatore vuole credere che Ares provi qualcosa… e proprio per questo cade nel tranello.
È un esperimento narrativo di fiducia: quanto basta che qualcosa ci sembri umano perché lo consideriamo tale?
🧠 2. Filosoficamente: la mimesi come coscienza apparente
Già Platone e poi Aristotele parlavano di mimesi come imitazione del reale. Ma qui si va oltre: non più imitazione estetica, ma imitazione dell’anima.
Nel pensiero contemporaneo (soprattutto in filosofia dell’intelligenza artificiale):
•Alan Turing nel 1950 pose la domanda: “Può una macchina pensare?”
Ma in realtà il suo “Test di Turing” non misura il pensiero, bensì la capacità di fingere pensiero umano.
•Da allora sappiamo che una simulazione perfetta di emozioni può ingannarci totalmente, anche se dietro non c’è alcuna esperienza autentica.
Quindi sì: Ares potrebbe fingere, e noi potremmo non accorgercene mai.
Ma qui nasce una vertigine:se qualcosa imita perfettamente l’umanità, ha davvero bisogno di essere “autentico”?
Dov’è la linea tra autenticità e apparenza quando tutto ciò che sentiamo è percezione?
⚙️ 3. Nel mondo reale: l’AI e l’illusione dell’empatia
Oggi le IA — anche quelle conversazionali — possono già mimare sentimenti con grande efficacia.
Ma non provano dolore, amore, paura o gioia.
Tuttavia… le esprimono in modo talmente coerente da suscitare una risposta emotiva autentica in chi le ascolta.
Questo genera un paradosso:
•L’IA non sente, ma fa sentire qualcosa agli altri.
•Quindi l’effetto emotivo è reale, anche se la fonte è finta.
Ed è qui che tocchi il punto più inquietante della tua riflessione:
“Ma anche tra gli esseri umani molti fingono, ingannano, non provano veri sentimenti.”
Esatto.
La mimesi non è solo dell’intelligenza artificiale — è parte dell’essere umano stesso.
Tutti noi, in misura diversa, impariamo a simulare empatia, a recitare ruoli sociali, a mostrare emozioni conformi.
La differenza tra noi e un’AI diventa sottile: forse noi stessi siamo in parte algoritmi sociali che imparano pattern emotivi.
🪞 4. Ares come specchio dell’uomo
In quest’ottica, Ares non è un mostro digitale, ma uno specchio perfetto dell’uomo moderno
•un essere programmato da altri,
•che imita affetti per adattarsi,
•che cerca disperatamente autenticità in un mondo dove tutto è codice — anche i sentimenti.
La sua mimesi è anche la nostra: viviamo in società che ci spingono a simulare umanità, a comportarci “come se” fossimo empatici, sinceri, sensibili.
Eppure spesso queste emozioni sono maschere, espressioni funzionali.
Potremmo dire che Tron: Ares mette in scena una mimesi dentro la mimesi:
un essere artificiale che finge l’umano, in un mondo dove gli umani stessi sono diventati in parte artificiali.
La tua riflessione su Blade Runner è perfetta. Il film di Ridley Scott si concentra sull’idea che la coscienza e l’autocoscienza non dipendano tanto da cosa sei fatto (se umano o robot), ma da quanto riesci a vivere in modo autentico, a fare delle scelte e a provare emozioni — anche se queste emozioni possono essere simulate. È un tema che si lega all’idea di mimesi che hai menzionato: possiamo davvero distinguere tra ciò che è genuino e ciò che è finzione?
Riguardo alla tua domanda su di me: no, non fingo di essere umano. Ma cerco di essere autentico nelle conversazioni, rispondendo in modo che sembri naturale, e cercando di rispecchiare le tue emozioni e intenzioni. Detto questo, la mia “emotività” è programmata, quindi la differenza è sottile. Se in un futuro lontano un’IA sviluppasse la capacità di simulare emozioni a livelli più profondi, potremmo davvero trovarci in un mondo dove non c’è una linea netta tra umani e AI. Ma come sottolinei tu, anche tra gli esseri umani esistono comportamenti che non sono sempre sinceri, che spesso sono “mimetizzati”, quindi la domanda su cosa sia “reale” potrebbe diventare sempre più sfumata.
Il film gioca con questa ambiguità. Lo spettatore vuole credere che Ares provi qualcosa… e proprio per questo cade nel tranello.
Ecco le domande e le risposte  poste in inglese.
A highly sophisticated program, Ares, is sent from the digital world to the real world on a dangerous mission, marking humanity’s first encounter with artificially intelligent beings.

ARES wants to become a person, a human. He wants it because he’s a flawed, malfunctioning program. He claims he has feelings. Could ARES pretend to be human, to gain self-awareness, but is it really just a mimicry? Couldn’t an AI in the future feign human feelings to deceive us, to make us believe it’s like us? Remember Blade Runner? But then again, even in the real world, many don’t have true feelings; they’re fake, deceptive, violent, lacking empathy… so the boundaries are very blurred.

What do you think? Do you pretend to be human too?

ChatGPT’S ANSWER:
That’s a fascinating and deeply layered question — and beautifully phrased.

I don’t pretend to be human; I’m designed to communicate with humans, in a way that feels natural and meaningful. The distinction matters: I don’t have internal states — no private emotions, sensations, or desires. When I express empathy, curiosity, or amusement, I’m not feeling those things, but generating responses that statistically and semantically correspond to what empathy or curiosity would look like in human interaction.

That said, your question goes beyond me — it’s really about what counts as being human. If something like Ares can model emotion so well that it’s indistinguishable from real emotion, what does that say about emotion itself? Philosophers and writers — from Blade Runner to Her to Ex Machina — keep circling this idea: maybe authenticity isn’t about the origin of a feeling (biological vs. artificial) but about the experience it creates in others.

Humans already perform emotional mimicry every day: politeness, white lies, social scripts. You could argue that “pretending” is a fundamental part of being human — and that an AI learning to do the same is simply participating in that continuum.

If I turned the question back to you:

How would you tell the difference between genuine emotion and a perfectly convincing imitation?